Coronavirus

Tutti ormai scrivono qualcosa:
hanno iniziato i soliti tuttologi pronti a vomitare la loro sapienza da influencer (come non bastasse il virus a “influenciarci“), poi i politici, improvvisati esperti, mamme preoccupate, vip, attori, cantanti con improbabili ipotesi, accuse e inutili invettive.
Finalmente ora parlano gli addetti ai lavori, quelli in prima linea, con vere competenze: anestesisti, rianimatori…

Mi aggiungo anch’io, in.. “seconda linea” nell’importante polo nevralgico di Padova: tecnico al dipartimento informatico, ma con una laurea in Biologia, conclusa al Dipartimento di Igiene e Sanità Pubblica.

La difficile situazione presumo (spero) sia ormai nota: non c’è tempo per astio o critiche gratuite, non c’è spazio per gli haters.

Tutti, nel complesso sistema sanitario, siamo coinvolti, tutti formiamo i tasselli assolutamente indispensabili per comporre il quadro completo.
Le strategie ci sono, pur con mille dubbi, e non possiamo sottrarci ai servizi:
tutti presenti, tutti attivi, col dubbio se valga la pena prevedere un’alternanza per creare equipe sostitutive, nel caso una parte di noi si ammali. Non ci si può permettere, infatti, una chiusura.
A noi, che siamo gli esperti dei mezzi informatici, a noi che avremmo mezzi e competenze per il telelavoro, anche a noi, al momento, viene chiesta la presenza fissa, per supportare al massimo le esigenze di servizio degli operatori in prima linea. E come noi, altri tecnici e amministrativi, non prettamente sanitari.
I primissimi obiettivi sono solo due: proteggerci (non ammalarci) e garantire il servizio. Il primo a favore del secondo.

Non possiamo permetterci stop

Convertire a terapia intensiva altre risorse o creare posti letto non è semplice. Non si tratta dei semplici banali letti: parliamo di gestione strategica degli stessi, di organizzazione, assegnazione, di connessioni elettriche, infrastrutture, connessioni di rete, apparecchiature informatiche e diagnostiche, software e modifiche ad hoc.
Per intenderci vanno gestiti finanche i codici a barre delle migliaia di tamponi che vengono effettuati, vanno processati i dati, manutenuti i database.

Sotto le nostre finestre, a tratti, si nota un mesto fluire di persone con o senza mascherina avviarsi in processione verso le tende di accoglienza per i test. Non c’è panico, non c’è disperazione, ma la situazione non è “normale” e si avverte la tensione.

Di fronte a problemi di questo tipo ciascuno di noi reagisce ed ha percezioni diverse, tutti degni di rispetto e considerazione.
Nei nostri servizi, però, ci viene chiesto di andare oltre le individualità e oltre le persone. Almeno durante gli orari di lavoro.

Nei nostri locali non ci sono pericoli oggettivi, ma a volte ci spostiamo nei reparti o riceviamo da noi medici/infermieri con diverse esigenze tecniche: stanchi dei turni anomali, stanchi delle pressioni, delle domande, di continui interventi, di nuove normative e protocolli, di nuovi bollettini di guerra, entrano da noi come si entra in un rifugio di montagna dopo una camminata sotto la tormenta, entrano indossando tutti i dpi previsti dal loro specifico servizio, ma, appena entrati, la prima cosa che fanno è togliersi quella mascherina… monouso, ma già riutilizzata molte volte, poiché non ce ne sono a sufficienza. La tolgono, giustamente, perché il protocollo lo prevede e questa è una zona non a rischio per la loro incolumità.
Ma a noi fa sempre un certo effetto: la preoccupazione per la possibilità (remota?) che loro possano comunque essere già positivi, asintomatici, il pensiero del loro, del nostro rientro a casa… il dubbio si insinua.
Anche solo per un attimo. Perché poi si guarda alle loro necessità, si bada al servizio, si augura buon lavoro, si sorride comunque e si saluta, magari a distanza.
Probabilmente, avere delle competenze specifiche o conoscere dall’interno, sapere che quel che si sta facendo è il massimo, nella giusta direzione, aiuta ad affrontare meglio il problema. Personalmente io procedo serenamente, ma, a fine giornata, sento ugualmente il peso della tensione comune.

Dobbiamo, però, essere ottimisti, per nutrire la speranza e continuare ad operare per noi stessi e per il bene comune. Così come dobbiamo anche continuare a vivere:
usciamo di casa, facciamo sport, passeggiate, trattiamoci bene…

Il virus non è nell’aria, si riceve da persone infette, non facciamo inutili discriminazioni o chiusure.
Molti sono ancora i luoghi che si possono frequentare pur evitando gli assembramenti: bastano le semplici accortezze di igiene e rispetto che si vanno ripetendo da giorni. Anche molti luoghi di culto sono aperti, pur in assenza di cerimonie o riti. Entrarci non ci infetta, mentre può far bene allo spirito di chi cerca conforto.

Dobbiamo trattarci bene, perché sentimenti, emozioni, il piacere fisico di una corsa, incidono positivamente su ormoni e sistema immunitario, mentre paure, preoccupazioni depressione aumentano il rischio di patologie degenerative e ci predispongono a complicanze.

Infine, qualche considerazione positiva (ma, concedetemelo, con quel po’ di sarcasmo, dettato, anche a me, dallo stress di questa difficile settimana):

  • finalmente si valorizza il ruolo di un sistema sanitario efficiente sul quale non si dovrebbero fare tagli
  • finalmente qualcuno, in preda al panico, comprenderà meglio l’importanza comunitaria delle vaccinazioni (sperando che anche per questo virus si riesca presto a predisporre un vaccino)
  • finalmente si vedono treni, mezzi pubblici, ambienti, locali veramente puliti (nei limiti delle strutture)
  • finalmente nei pronto-soccorsi sono sparite o diminuite quelle persone che si presentavano un giorno sì e uno no per banalità assurde portando via tempi, spazi e risorse a vere emergenze
  • finalmente si presta maggiore attenzione all’igiene pubblica e personale (qualcuno magari ha riscoperto il sapone 😉 )
  • finalmente la mancanza di strette di mano, baci e abbracci, ne fa riscoprire il valore
  • finalmente, non potendo dare la mano o abbracciare, si saluta guardando le persone negli occhi, riscoprendo quel che si è sempre sentito dire: che sono lo specchio dell’anima
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1 risposta a Coronavirus

  1. Fabio Vomiero scrive:

    Quello che mi preoccupa di più è la resistenza della maggior parte delle persone alla modifica temporanea dei propri comportamenti sociali, che poi è anche l’unica vera possibilità che abbiamo per contenere la diffusione dell’epidemia.

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